Il Sé a nudo: alle origini della vergogna

M. Lewis. Il Sé a nudoC’è un argomento di cui tutti, indistintamente, ci vergognamo di parlare. non mi riferisco al sesso, o a recondite paure: tutti e più volte al giorno ci troviamo a dover fronteggiare questo “problema”. Per alcuni di noi si tratta di qualcosa di così serio da poter addirittura diventare la base di una psicopatologia.
Svelo subito il segreto: si tratta proprio del nostro quotidiano, comunissimo e diffuso sentimento di vergogna.
Facciamo insieme un esperimento: quand’è l’ultima volta che avete provato uno spiacevole senso di imbarazzo o di vergogna? anche se tra i due sentimenti c’è una differenza importane, se avete risposto sinceramente riconoscerete che vi siete trovati in queste situazioni praticamente ogni giorno - più volte al giorno.
Perché, però, se questo sentimento è così diffuso non ha riscosso finora l’attenzione che merita? Tutti abbiamo sentito parlare di ansia, depressione o senso di colpa - ma quanti di noi hanno letto recentemente articoli sulla vergogna?
Incuriosito da queste domande, ho potuto approfondirle con un bellissimo libro dal titolo “Il sé a nudo. Alle origini della vergogna” di Michael Lewis. L’autore ha un curriculum di tutto rispetto infatti è professore universitario emerito di Pediatria e Psichiatria, e Direttore dell’Istituto per lo Studio del Sviluppo Infantile della Robert Wood Johnson Medical School del New Jersey; Inoltre è professore di Psicologia, Educazione e Ingegneria Biomedica presso la Rutgers University ed è membro del Comitato Esecutivo del Centro di Scienze Cognitive presso la stessa Rutgers.
Come dire che un suo parere merita attenzione.
La vergogna, e il senso di colpa, sono due sentimenti che fanno la loro comparsa intorno ai diciotto mesi di vita, per non abbandonarci mai più. Lewis è molto chiaro a questo proposito: solo una persona gravemente disturbata non prova mai vergogna, finché l’uomo sarà un animale sociale inevitabilmente la sua vita conoscerà questo stato d’animo.
Che cos’è però la vergogna? Per rispondere il nostro autore utilizza osservazioni sperimentali della psicologia sociale,della psicologia dello sviluppo,dell’antropologia, della psicologia cognitiva e dinamica, ed arriva ad affermare che chi si vergogna soffre di una valutazione globale negativa di sé, molto spiacevole e inibente. Ovvero, quando ci vergogniamo sentiamo di non andare bene come persone, e ci sentiamo bloccati - letteralmente paralizzati dalla vergogna. Vi riconoscete in questa descrizione?
Ben diverso sembra essere il sentimento di colpa, che non è centrato su una valutazione circa noi stessi, ma sulla compresione di aver fatto del male a qualcun altro - sulla sua sofferenza - e sulla spinta a fare qualcosa per riparare. Da questo punto di vita i sensi di colpa sono preferibili alla vergogna, perché ci spingono al’azione e non ci coinvolgono in un giudizio negativo senza appello su di noi, un giudizio svalutante e che è spesso l’anticamera della depressione. 
E proprio sulle conseguenze della vergogna si sofferma a lungo l’Autore, vista la loro gravità ed i loro costi sociali. Il sentimento di impotenza di fronte ad un giudizio totalmente negativo su di noi può provocare due reazioni differenti e altrettanto pericolose: furore e depressione
Il furore, tipicamente maschile, è uno stato di rabbia che si autoalimenta: più si esprime più si fa inarrestabile e pericolosa, perché manca dell’oggetto contro cui scagliarsi. E’ totalmente generico e può trasformare qualunque cosa e chiunque in una vittima. Cresce per ll’umiliazione cui cerca di porre rimedio, ma a differenza della rabbia che ha sempre un oggetto, non riuscendo a trovarne uno sceglie di prendersela con tutto.
La depressione, il versante femminile delle reazioni di vergogna, nasce dalla paralisi che il giudizio ci produce: nulla sembra essere sufficiente a farci uscire da questo vortice di autocritica, che si alimenta di se stesso - proprio come il furore.
Ovviamente, ma è bene specificarlo, ci sono uomini che si deprimono e donne che si infuriano. molto dipende dalla nostra personalità, dalle nostre esperienze e dalla nostra educazione.
Ma ci sono delle soluzioni alla vergogna? L’autore ne elenca alcune: la negazione - il classico “far finta di niente” - che può arrivare a renderci sempre meno sensibili al dolore dei sentimenti di imbarazzo, alienandoci dalla nostra vita interiore; ridere, che pare essere anche fisiologicamente l’opposto del sentimento della vergogna, e rappresenta una risposta in un meccanismo in una certa misura adulta, quando diventa umorismo ed autoironia (ma attenti al riso come fuga!) e il perdono, che gioca un ruolo fondamentale nella gestione dei rapporti ed è istituzionalizzato nella religione. Quest’ultimo meccanismo di difesa nei confronti della vergogna, pur essendo il più efficace, perché cambia il giudizio negativo su di noi in positivo, rischia però di renderci sempre più dipendenti proprio da chi ci perdona.
In ultima analisi, sembra suggerire l’autore, il miglior antidoto alla vergogna è la ragionevolezza applicata alla situazione che viviamo, per distinguere quando la vergogna è un problema e quando è realmente motivata, e l’umorismo, che ci permette di ricominciare con un sorriso dove per qualche motivo ci eravamo fermati, pensando male di noi.
E voi che ne pensate?